Anthony Bailly
Head of European Equity

Le nostre prospettive sono più positive rispetto a quelle del consenso degli economisti in merito alla crescita dell’Area euro per il 2026, attesa stabile a poco più dell’1%[1]. Infatti, anche se ci si può interrogare sulla velocità della sua attuazione, l’ampiezza del piano di investimenti tedesco dovrebbe consentire un’inflessione della crescita europea il prossimo anno. Questo piano, unito all’aumento delle spese per la difesa, potrebbe avviare un circolo virtuoso in Europa: l’aumento degli investimenti (attraverso i portafogli ordini) dovrebbe permettere di incrementare il tasso di utilizzo delle capacità produttive, il che, in un contesto di bassa disoccupazione e di crescente adozione dell’intelligenza artificiale, potrebbe tradursi in un miglioramento della produttività. Questo aumento della crescita potrebbe quindi riportare fiducia tra le famiglie, che fino ad oggi hanno continuato a risparmiare in modo consistente. Il consumo di una parte di questo risparmio contribuirebbe a sostenere la crescita, chiudendo così questo circolo virtuoso.
In questo contesto, la performance dei mercati europei potrebbe, per il secondo anno consecutivo (in euro), superare quella dei mercati americani. Se la crescita degli utili per azione (EPS)[2] in Europa sarà in definitiva nulla nel 2025, gli analisti si attendono invece una crescita del 12% per il 2026[3], sostenuta in particolare dall’attuazione del piano infrastrutturale tedesco, da un effetto valutario meno sfavorevole, da un costo dell’energia più moderato e da basi di confronto più favorevoli. Questo scenario “bottom up[4]”, che ci appare credibile, non è riflesso nella valutazione dei mercati europei che, a 14,5 volte gli utili (P/E)[5], è certamente superiore alla propria media storica ma rimane la più bassa tra le principali aree geografiche[6].
Oltre all’inflessione della crescita e a una valutazione che resta attraente, diversi elementi potrebbero favorire la performance dei mercati azionari europei. Innanzitutto, l’inflazione è tornata all’obiettivo e consente alle famiglie di beneficiare di guadagni di potere d’acquisto. Inoltre, il ciclo di riduzione dei tassi avviato dalla BCE sostiene il credito alle imprese e quello concesso alle famiglie.
Altri elementi potrebbero anch’essi essere di supporto ai mercati europei: la fine del conflitto ucraino, anche se a questo stadio resta un’eventualità, che avrebbe come conseguenza una riduzione dei prezzi dell’energia e favorirebbe i settori esposti alla ricostruzione del Paese. E poi, naturalmente, un rilancio fiscale cinese volto a sostenere la domanda interna, penalizzata dalla crisi immobiliare. Per raggiungere l’obiettivo del 5% di crescita, appare sempre più probabile che la Cina debba lanciare un piano di stimolo una volta raggiunto un “accordo” con gli Stati Uniti sui dazi doganali. Questo piano è atteso da tempo, ma l’Europa ne sarebbe il principale beneficiario indiretto. Infine, la prosecuzione del ritorno dei flussi verso il Vecchio Continente, già avviata quest’anno, potrebbe sostenere le valutazioni.
Oltre alle valutazioni elevate legate all’intelligenza artificiale negli Stati Uniti, che, qualora dovessero correggersi, potrebbero pesare sull’insieme dei mercati azionari, due elementi potrebbero frenare l’inflessione della crescita europea. In primo luogo, la forza dell’euro: se l’incertezza legata alla situazione di bilancio e al debito statunitense si riflette solo parzialmente nel livello dei tassi a lungo periodo americani, l’aggiustamento è avvenuto attraverso la valuta nei confronti di tutte le monete, e in particolare rispetto all’euro. Qualora questa tendenza dovesse perdurare – scenario plausibile soprattutto in caso di intervento dell’amministrazione americana nella nomina dei membri della Fed e alla luce delle traiettorie dei tassi di interesse sui due lati dell’Atlantico – tale contesto potrebbe continuare a pesare sulle società esportatrici europee.
Infine, l’introduzione di dazi doganali negli Stati Uniti potrebbe indurre la Cina a privilegiare l’Europa per lo smaltimento dei propri prodotti, come dimostra l’aumento delle esportazioni cinesi verso il Vecchio Continente. Si osserva tuttavia una presa di coscienza politica in Europa attraverso decisioni prese recentemente, come l’introduzione di dazi doganali comparabili a quelli applicati dagli Stati Uniti sugli eccessi di produzione di acciaio cinese riversati in Europa, oppure la decisione di rinviare oltre il 2035 la fine dei veicoli a combustione interna di fronte ai guadagni di quote di mercato dei costruttori cinesi nel segmento dei veicoli elettrici.